Adelphi

adelphi -diavoli stranieriDiavoli stranieri sulla Via della Seta
di Peter Hopkirk
Adelphi - L'oceano delle storie

«Improvvisamente il cielo diventa nero ... e subito dopo la tempesta aggredisce con violenza terrificante la carovana. Enormi vortici di sabbia mista a sassi sono sollevati in aria e turbinando colpiscono uomini e bestie. L'oscurità aumenta e strani schianti risuonano fra i ruggiti e gli ululati della bufera ... sembra lo scatenarsi dell'inferno». Per secoli, dal graduale abbandono della Via della Seta in poi, il deserto del Takla Makan nel Turkestan cinese è rimasto uno dei luoghi meno attraversati del pianeta. Finché all'inizio del Novecento, quasi all'improvviso, alcuni fra i migliori - e più visionari - studiosi di cose antiche hanno deciso, tutti insieme, di partire alla scoperta delle civiltà che si dicevano sepolte, e intatte, sotto la sabbia. In questo libro, Peter Hopkirk racconta la storia, ancora una volta semisconosciuta ed emozionante, di come un gruppo di uomini quasi troppo adatti alla parte - per rendersene conto, basta guardare i ritratti di von Le Coq, di Aurel Stein o di Paul Pelliot che corredano il volume - abbia sfidato e sconfitto il caldo rovente, il gelo mortale, le tribù ostili, e persino i dèmoni che la leggenda voleva a guardia dei tesori disseminati lungo la Via della Seta. Il risultato è una cronaca accurata e fedele che trasuda, quasi involontariamente, romanzesco ed esotismo - miscela perfetta che i lettori del Grande Gioco conoscono bene, e che non a caso una folla di sceneggiatori e registi ha tentato di imitare, quasi sempre invano.

 

adelphi - turista nudoIl Turista Nudo di Lawrence Osborne

Recensione di Anna Maspero
Lawrence Osborne, scrittore inglese, collabora con riviste americane di viaggio, ne trae guadagno e quindi, come lui stesso ammette, ha una lunga collusione con il turismo globale.
Il postulato in prima pagina è quello che dimostrerà lungo tutto il racconto del suo viaggio: "Il problema del viaggiatore moderno è che non sa più dove andare. Ormai l'intero pianeta è diventato un'istallazione turistica, e ovunque si vada resta in bocca il saporaccio del simulacro". Teorizzatore dell'ovunquismo: "tutto è uguale a tutto e tutto è molto noioso" e della morte dell'avventura: "la dimensione interiore dell'avventura ce la si può proprio scordare". Quelli della LP sono definiti ‘bacchettoni', il National Geographic ‘increscioso', i turisti...beh, andiamo oltre. In realtà anche lui si comporta da ‘turista', a parte l'avventura da ‘esploratore' in Papua, ma non si riconosce nella categoria.
Decide di partire ma non sa dove andare. Cerca qualcosa di esotico, l'ultima frontiera e sceglie la l'isola di Papua Nuova Guinea. Motivo: "Ci sono pochissime «attrazioni». La malaria encefalica è endemica. Nelle foreste infuria la guerra civile... Per tutte queste ragioni Papua esercitava su di me, un'attrazione irrefrenabile".
Ha una tesi e vuole dimostrarla. Smonta il viaggio aereo facendo una serie di soste tutte funzionali al suo postulato "Il viaggio è morto", ovunque invariabilmente optando per gli stereotipi del turismo più di lusso che di massa.
Prima si ferma a Dubai, con la sua ricchezza sfacciata, i suoi complessi avveniristici e artificiosi oltre che artificiali, e il nuovo centro commerciale a imitazione perfetta di un suk tradizionale. Poi vola a Calcutta, città sporca e caotica, dove la natura è cancellata dalla folla: ancora una volta è agli antipodi della giungla, la sua ultima frontiera. Sembra avvicinarvisi andando "per caso" alle Andamane, ma le tribù Jarawa sono irragiungibili e servono solo accrescere la voglia e il mito dei nativi di Papua. Quindi Bangkok, la mecca del turismo sessuale: anche qui la giungla, ma d'asfalto. Per lui è una sosta necessaria per rimettersi in forma prima di affrontare la giungla vera e di buon grado si sottopone alla disciplina salutista in lussuose SPA, altri luoghi agli antipodi di quel che l'aspetta in Papua. Per ultimo Bali, visto come paradiso artificioso ricreato secondo precise strategie turistiche.
Infine il grande salto alla volta di Papua. In aeroporto ci sono da una parte "orde" di turisti diretti a Bangkok e dall'altra lui e una decina di altri eroi che da uno squallido terminal minore partono alla volta dell'ignoto. Il suo gruppo è accomunato da motivazioni del tipo "odio le vacanze" "non sono neanche sicuro che mi piaccia viaggiare". In realtà, come spesso accade, sembrano interessati soprattutto a se stessi.
Li aspettano sudore, sanguisughe, ragni enormi, umidità al 94% e pasti a base di panini alle larve, occhi di uccello, zampe di topo, pipistrelli e uova complete di feto. Il premio è l'incontro con un gruppo di nativi Kombai che non aveva mai visto un bianco. E forse soprattutto "l'estasi di non stare morendo".
La ricerca del suo cuore di tenebra è terminata. Un risultato l'ha ottenuto: è dimagrito di dieci chili (mentre nella lussuosa SPA nonostante gli sforzi era ingrassato) e ha scritto un libro intelligente che gli renderà parecchio. Può andarsene alle Hawaii e piazzarsi al costosissimo Hilton Waikoloa Village: tira le tende, ordina del sushi e si piazza per giorni davanti alla TV.
In fondo Osborne è sortunato, perché per sfuggire la noia e per godere ha bisogno di mangiare larve e soffrire. Anche noi, lettori paganti e appartenenti alla categoria ‘turisti' da lui denigrata,non siamo però immuni da una buone dose di masochismo e così lui, con ironia e intelligenza, fa soldi sulla nostra pelle.
Osborne è della stessa razza snob di Evelyn Waugh e anche dell'amato Chatwin, icona del viaggiatore. E a lui, come ai suoi due compatrioti, siamo disposti a perdonare tutto, perché è un vero narratore, capace di guardare e raccontare il mondo, la gente e anche se stesso, cogliendone i lati assurdi e divertenti.

adelphi - voci marrakechLe voci di Marrakech
Note di un viaggio - di Canetti Elias

Elias Canetti soggiornò per un certo periodo a Marrakech, nel 1954. Il grande lavoro su "Massa e potere" era giunto a un momento di stasi e lo scrittore sentiva il bisogno di nuove voci, di voci incomprensibili, come quelle che lo avvolsero nella splendida città marocchina. Vagando per i suk, per le strette vie, per i mercati e le piazze, fra cammelli, mendicanti, donne velate, cantastorie, farabutti, ciechi e commercianti, Canetti capta forme e suoni: "gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso". E il suo libro ha la perfezione e la compattezza dell'istantaneo.

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