Socrates

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Miss Mary Juana
di  Peter-Paul Zahl

Collana: Paesi, parole

La finzione di una trama coinvolgente si inserisce sullo sfondo della realtà giamaicana odierna, della quale l'autore ci offre una particolareggiata ed affascinante descrizione. Gli attualissimi temi della globalizzazione economica, dello sfruttamento di paesi del "sud del mondo" e della difesa delle identità culturali, sono in effetti i principali protagonisti di questa "gangster story". Dopo il tragico e violento omicidio di un ragazzo che sconvolge la tranquilla quotidianità di un villaggio, un onesto poliziotto e un ambiguo detective intraprendono un avventuroso viaggio attraverso l'isola sulle tracce degli assassini. La ricerca sarà lunga, densa di situazioni imprevedibili e di incontri inattesi: spacciatori di ganja, killer senza scrupoli, agenti infiltrati della DEA, gangster potenti e pericolosi. La droga è al centro di tutto: da una parte la marijuana, che senza la politica repressiva imposta dagli USA potrebbe fare la ricchezza della Giamaica, dall'altra le droghe pesanti, che con i loro effetti devastanti alimentano un mercato sempre più vasto e violento. La vita quotidiana viene descritta attraverso una divertente galleria di personaggi che ben rappresenta la multietnica società giamaicana, sempre in bilico tra una minacciosa modernità e l'affermazione delle proprie radici.

 

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Ammazzarsi per sopravvivere
Le infinite fatiche di un precario americano

di Iain Levison

Perso l'ennesimo lavoro, lain Levison parte dal suo monolocale di New York a cercarsene un altro da qualche altra parte. Inizia da qui il suo lungo viaggio che passa dalla North Carolina, a Denver, percorrendo sei stati, dietro 42 lavori, che trova e perde senza sosta per dieci anni. Ogni licenziamento, un viaggio, lain Levison attraversa l'America in lungo e in largo: città, campagne e molti incontri, perché sono in tanti come lui, alla ricerca di un lavoro che non si lascia afferrare. Il protagonista in questo peregrinare finisce perfino a pescare gamberi in Alaska, luogo naturale e selvaggio, maledettamente bianco nel quale riflette sulla sua condizione, riscopre la sua umanità. Il libro alterna momenti divertenti a profonda introspezioni. La scrittura è incandescente e rapida. L'ironia è un'arma pungente nelle mani sapienti dello scrittore che a volte si trasforma in rabbia, per le condizioni dei lavoratori, per il fallimento della sua laurea in lettere, e non meno frequentemente in tenerezza per le persone con cui viene a contatto. E lo stesso autore a definirsi un "lavoratore itinerante" e il suo racconto sembra il punto d'incontro fra "Sulla strada" di Kerouac, e "Furore" di Steinbeck. In viaggio per mezz'America Levison scopre il volto oscuro e debole della società americana.


socrates fantasmiNIENT'ALTRO CHE FANTASMI
di Judith Hermann
Cantastorie tedesca classe 1970, Judith Hermann è una narratrice pura; sentimentale e leggera, intensa e capace di sprofondare nell'inconscio senza restarne prigioniera, è in grado di giostrare indistintamente prima e terza persona In questa sua nuova raccolta di racconti, "Nient'altro che fantasmi", caso letterario in Germania, possiamo avventurarci nei suoi microcosmi intimisti e femminili; graziosi e docili, non sempre prevedibili, nemmeno nelle descrizioni dei triangoli sentimentali, di chiaro retrogusto nouvelle vague. Le ambientazioni variano: dagli States all'Islanda, da Praga a Venezia, da Berlino a Karlsbad; l'amore per le altre culture e gli altri popoli è parte fondante del dna autoriale della scrittrice. La traduzione mantiene la freschezza e l'equilibrio della sua prosa.
Gianfranco Franchi

 

socrates burattinaiI BURATTINAI
di Renesh Lakhan
Traduzione: Valentina Porretti - Collana: Paesi, parole

Recensione di Marco Pasquali
La scalata sociale ai tempi dell'Apartheid
Se giochi puoi perdere... se non giochi non vincerai mai

Siamo nel Sudafrica degli anni Trenta del secolo scorso, interra dei Boeri, i luterani olandesi che colonizzarono il Transvaal. La guerra con gli inglesi è ormai un ricordo, ma il conflitto non si attenua, essendo ora gli afrikaaner impoveriti, schiacciati come sono tra lo sviluppo industriale inglese e l'urbanizzazione dei negri proletari. La reazione porta a quella chiusura culturale e sociale che durerà quasi fino alla fine del secolo appena passato. L'isolamento sarà scardinato dallo sviluppo stesso dell'economia e dalle forze progressiste, sino al trionfo di Nelson Mandela, che vedrà la fine del sistema sociale e ideologico razzista noto come apartheid. Qui siamo agli albori, ma a farne le spese sono subito il padre del protagonista -un pio falegname boero sposato con una zulu sradicata - e il figlio meticcio, Sunny. Quest'ultimo, assistito dal sindaco, riesce ad entrare in una scuola per bianchi, l'unica della zona: sarà quella la base per la sua movimentata e spregiudicata scalata sociale. Il tono del libro è avventuroso e il protagonista sembra uscito da un romanzo di Stevenson, di cui Sunny è in effetti un accanito lettore: la sua è una vita di frontiera, piena di stimoli, ma dove la metà delle proprie energie è utilizzata per farsi accettare dagli altri. Egli è infatti ambizioso, ma anche intelligente ed ottimo osservatore: le sfumature negli atteggiamenti portano sempre l'impronta del potere e lui presto si adatta a convivere con gli inglesi snob. Ma è pur sempre più tollerato che accettato, anche se è preso a benvolere da qualche insegnante e soprattutto dalla signorina Lindsay, che gli dà una parte nella recita scolastica e se lo porta anche a letto. Con la vittoria in parlamento dei bianchi razzisti (inizio anni '50), Sunny viene trasferito in una scuola per neri e meticci, scadente a dir poco. Quando ne viene cacciato dopo un'accusa di cospirazione, si trasferisce a Johannesburg con Jennie, una misteriosa ragazza conosciuta nella prima scuola. Figlia di un meticcio povero, Jennie era riuscita per un certo tempo ad ingannare il preside e tutti gli altri sulle sue vere origini; in realtà è una ragazza madre; è figlia di un alcolista e per campare si vende ai bianchi ricchi. Attrice naturale, diventa dunque compagna di avventura di quest'altro ambizioso attore sociale. Una volta arrivati a Johannesburg, il romanzo cambia tono: dimentichiamo i vividi, rustici boeri e gli stupendi panorami del Transvaal per affrontare la dura metropoli. In città i due nostri eroi trovano però la persona giusta proprio nella signorina Lindsay, ormai ricca vedova e impresaria teatrale, che decide di prepararli alla recita della vita: dovranno imparare a perfezione a muoversi nel bel mondo inglese coloniale, che a Johannesburg è schiacciato 'tra il nazionalismo afrikaaner e la massa dei neri inurbati, e si rifugia quindi nei propri esclusivi club, rispettabili quanto corrotti. Uno di questi - il Crown - sarà l'esordio di Sunny e di Jennie come impostori sociali, attori e registi di se stessi. La signorina Lindsay muore suicida sulla scena, per sfuggire a una letale tara ereditaria, ma ha la soddisfazione di aver formato due cinici attori professionisti: lui infatti diventa il protettore di Jennie, ormai prostituta d'alto bordo nei circoli che contano e dove entrambi sono stati introdotti con un duro esercizio nello stile di My Fair Lady. I due fanno un patto: per due anni saranno soci di affari. Ma la tensione aumenta al pari dell'ambizione: ampliare il giro dei club esclusivi e quindi dei ricchi clienti impone regole ferree, molto tatto e un sistema nervoso stabile. Come Barry Lyndon, il nostro eroe è un avventuriero che sa benissimo quanto precario sia il mondo che si è costruito. Insieme a Jenny diventerà uno spietato sfruttatore di prostitute: per lui è l'unico modo di diventare appunto un burattinaio. Ma il destino può essere sempre in agguato... Non sveleremo il finale mozzafiato, ultimo dei colpi di scena di cui questo romanzo è prodigo.. Ma in una società classista e razzista si può solo recitare una parte e diventare cinici. Ma pur sempre insicuri.


socrates antropologoIL GIOVANE ANTROPOLOGO
di Nigel Barley
Traduzione: Paolo Brama e Francesca Sabani - Collana: Paesi, parole
Recensione di Marco Pasquali

Se i tropici di Claude Levi-Strauss sono tristi (1), quelli di Nigel Barley sembrano invece usciti da un film dei Monthy Python. Parliamo de II giovane antropologo, opera prima scritta dal ricercatore nel 1983 a 27 anni ed ora tradotta per i tipi della Socrates (2), in cui si descrive la prima spedizione di questo giovane studioso uscito da Cambridge e mandato allo sbaraglio nel Camerun presso la tribù dei Dowayo. Una volta avuti fondi e autorizzazioni, il nostro eroe parte con il bagaglio teorico e libresco che ben conosce anche chi ha fatto almeno un esame di antropologia. Solo che la realtà è diversa, imprevedibile, e soprattutto dura. Lo è stata sicuramente anche per Levi-Strauss, Malinowski, Margaret Mead, ma nei loro libri non se parla quasi mai, per cui questo diario iniziatico di viaggio è tutto da gustare. Intanto la prima, reale analisi antropologica l'autore la fa non sugli sperduti Dowayo, ma sulla corrotta e inefficiente burocrazia africana, sulla falsa efficienza delle ambasciate, sugli ambulanti ossessivi che ora conosciamo anche noi, sui bianchi che vivono in Africa e sugli africani che ci convivono. Chi ha lavorato in Africa sa quanto forte è l'impatto con le leggi francesi applicate dagli africani, con le banche e le poste locali, col servilismo dei poveri e il razzismo interetnico. Alla fine, dopo un pazzesco viaggio su un vecchio freno con vagoni italiani della Grande Guerra (!), il nostro eroe arriva a destinazione (3), in una zona di frontiera dove vivono i suoi Dowayo. Purtroppo deve appoggiarsi alle missioni cristiane, dove incontra cattolici tolleranti e luterani paranoici, gli unici che possano comunque dargli un supporto, al di là delle note differenze di vedute tra missionari e ricercatori. Fatto sta che alla fine riesce a pronunciare la fatidica frase "Portami dal tuo Capo" e iniziare la ricerca sul campo. Ospite di riguardo del capotribù, si accorge ben presto che di essere accettato non tanto come mediatore culturale, ma come quello che mette a disposizione la macchina comprata sul posto e trova lavoro agli altri, né più né meno come un sergente degli Alpini in Afghanistan. In più l'immagine che loro hanno di noi è falsata quasi quanto quella che noi abbiamo di loro. Basti pensare che le ragazze della tribù sono convinte che il nostro uomo la notte si levi la pelle! Ed è così che il nostro antropologo utilizza per la ricerca solo una parte delle sue energie, il resto venendo speso per ammalarsi e guarire, per cacciar via pipistrelli e scorpioni, per recuperare i fondi, per farsi capire: "Nel periodo che ho trascorso in Africa, ho calcolato di aver passato forse l'un per cento del tempo a fare ciò che veramente ero andato a fare. Il resto del tempo lo passai a organizzare, ad ammalarmi, a socializzare, a fare preparativi, ad andare da un posto all'altro e soprattutto ad aspettare. Avevo sfidato le divinità locali con la mia urgenza indisciplinata di fare qualcosa" (cap. 7, p. 110). Gli africani infatti non se la prendono tanto, hanno i loro tempi e le loro cerimonie, alcune delle quali sono descritte in dettaglio: la circoncisione, il culto dei teschi, la raccolta del miglio, alcuni rituali di magia. Ma non è facile farsi capire da una tribù la cui cultura è stata descritta (male) da altri in altre lingue, compresa una locale lingua, il Fulani, piena di razzismo verso questi reietti. Ed è facile sbagliarsi nelle intonazioni e dire sconcezze nel momento sbagliato, parlando di sesso a sproposito. Difficile poi capire perché gli animali più temuti siano i gufi. In più i suoi Dowayo sono anche gran burloni e si divertono con questo inglese tutto d'un peno, che sicuramente riuscirebbe spassoso anche per noi. Altro che "sacralità e divino distacco" dell'antropologo! Per fortuna il nostro è convinto che in antropologia non manchino affatto i dati, ma manchi spesso l'intelligenza per leggerli, quindi ne raccoglie quanti può per tempi migliori. Che non saranno quelli trascorsi in Africa: prima di ripartire il nostro eroe sarà derubato in albergo, senza che la denuncia porti a risultati pratici. Dove lo derubano? Naturalmente a Roma. Tutto il mondo è paese, ma il giovane antropologo ce lo dimostra senza falsi romanticismi.

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