Myanmar

Il mio itinerario in Myanmar è partito da Yangon, dove sono atterrata di sera con un volo da Bangkok.

Mi avevano consigliato di non fermarmi molto qui perchè la città, pur avendo alcune attrattive interessanti, non è all’altezza delle bellezze di altre zone e avendo i giorni contati (come sempre) ho fatto una scelta di cui, col senno di poi, non mi sono pentita.

Dopo aver raggiunto in taxi, ci siamo subito incamminati a piedi verso il mercato serale vicino alla Methodist Telugu Church, passando attraverso strade ricche di architetture in stile coloniale. Arriviamo un po’ tardi ma ci sono ancora alcune bancarelle gastronomiche animate dalla gente del posto che vende soprattutto pesce e dove la parola d’ordine è ordina, fatti cucinare quello che vuoi e mangia seduto nei minuscoli tavolini adiacenti. Un primo tuffo nella cultura popolare del Myanmar (non senza qualche conseguenza gastroinstestinale, lo ammetto).

La mattina seguente ci alziamo prima dell’alba  e con una breve corsa in taxi raggiungiamo il simbolo della città, la splendente Shwedagon Paya, uno dei siti buddisti più sacri e amati del Paese. La prima cosa che salta subito all’occhio è la sua grandiosità e imponenza, con la sua enorme terrazza dal pavimento in marmo, le sue decine di pagode e naturalmente lo zedi, alto 99 metri fatto di foglie d’oro e diamanti, che troneggia al centro.

Non è ancora l’alba e l’atmosfera è silenziosa e profondamente spirituale: vediamo monaci accendere candele e dedicare preghiere al Buddha, bimbi radunati davanti a un’altare con i libri sacri in mano, fedeli inginocchiati in silenzio con le mani giunte. I turisti sono quasi assenti e ci godiamo in tranquillità la bellezza di questo luogo, illuminato poco a poco dalle luci dell’alba mentre i tetti delle 60 pagode brillano piano piano regalandoci scorci meravigliosi.

E’ ora di ripartire e con una breve corsa in taxi raggiungiamo la stazione dei bus, direzione Kyaiktiyo per raggiungere uno dei luoghi più sacri del Myanmar: la Roccia d’Oro. Questo masso imponente ricoperto d’oro con in cima un piccolo stupa, giace in bilico su una montagna grazie (secondo la leggenda) a un capello del Buddha . Per salire fino alla sommità ad ammirarla occorre armarsi di un po’ di coraggio e spirito di adattamento perchè da Kinpun, villaggio situato proprio sotto la montagna, non c’è altro mezzo da poter prendere che dei grossi camion aperti, forniti di file di panche metalliche, dove riescono a sedersi anche 40 persone alla volta. I camion partono ogni due minuti in una corsa incessante dalla mattina al tramonto per trasportare pellegrini e turisti fino in cima e tornare giù. Molti lo dipingono come un viaggio da brivido in cui si rischia la vita…In realtà non è così, i 45 minuti di corsa sono certamente movimentati perchè le curve sono strette ma non si corre nessun pericolo non preoccupatevi, anzi, è un’esperienza divertente.

Giunti sulla sommità e dopo aver pagato la tassa d’ingresso  ci togliamo le scarpe e qui inizia la magia; la grande piazza si apre di fronte a noi e ci offre uno spettacolo pittoresco quanto emozionante: centinaia di pellegrini si preparano a campeggiare lì per la notte ed è tutto un turbinìo di monaci, famiglie, bambini, cibo, coperte, venditori ambulanti e, allo stesso tempo, aleggia nell’aria un’atmosfera calda e spirituale. Al calar della sera il cielo si tinge di porpora, le candele si accendono e le preghiere si innalzano di fronte alla roccia dorata, che silenziosa racconta la sua storia tutte le sere, in un rituale senza fine.

Per poterci godere al massimo l’atmosfera magica di questo posto (e non essere costretti a rientrare prima del tramonto) abbiamo deciso di pernottare proprio in cima , in un grazioso alloggio situato proprio a due passi dalla pagoda. La nostra camera si affaccia sul crinale della montagna e dalla terrazza si gode di un panorama magnifico. Abbiamo speso circa 100 dollari per la notte ma ne è valsa la pena, anche perchè ci siamo potuti godere i primi raggi del sole illuminare la superficie dorata della roccia, mentre il cielo si tingeva dei tenui colori dell’alba. Abbiamo vissuto il risveglio pigro e lento dei pellegrini, pronti a scendere dalla montagna appagati, come noi, dall’esperienza trascorsa tra queste montagne.

 

Tappa obbligatoria è il lago Inle, tra villaggi su palafitte, orti galleggianti, isolotti con suggestivi templi buddisti e  montagne costellate di villaggi tradizionali. E’ indubbiamente uno dei luoghi più visitati del Paese ma questo non toglie nulla al fascino di questo posto. La base di partenza più nota per le escursioni al lago Inle è la cittadina di Nyaungshwe che abbiamo raggiunto all’alba dopo un lungo viaggio in bus notturno da Bago.

Attraverso la guesthouse abbiamo prenotato un giro in barca sul lago Inle , il barcaiolo è venuto a prenderci e ci ha accompagnato alla sua barca. Siamo scivolati con una tipica imbarcazione dalla forma allungata lungo le placide acque della principale risorsa del territorio: attorno a questo lago sorgono villaggi di pescatori e artigiani e ogni giorno in un villaggio diverso si svolge un mercato contadino.

Il lago è famoso anche per i pescatori intha che muovono le loro barche con un unico remo governandolo con una gamba: alcuni di loro si mettono palesemente in mostra per intrattenere i turisti  e farsi fotografare per qualche dollaro; più avanti, è possibile invece osservare i veri pescatori all’opera mentre raccolgono il pesce e le alghe sulle ceste di reti. La prima tappa è stata a un villaggio di tessitori, dove è possibile scendere dalla barca a e guardare il lavoro quotidiano delle donne che lavorano artigianalmente la seta e il cotone. Naturalmente non mancano forniti bazar dove mettere mano al proprio portafoglio.

Proseguendo il giro abbiamo attraversato altri villaggi di palafitte, fino ad arrivare a Thaung Thut dove abbiamo raggiunto a piedi un monastero con una serie di stupa imbiancati a calce. Eravamo praticamente soli e intorno alle guglie degli stupa risuonavano migliaia di piccole campanelle mosse dal vento, componendo una melodia dolce e quasi ipnotica. Un momento di quiete che ho apprezzato moltissimo, la stessa che abbiamo incontrato al monastero dei gatti che saltano (Nga Hpe Kyanung).

Oltre l’ampia sala della meditazione abitata da alcuni felini che però sonnecchiavano, si trova un pontile in legno dove ci si può sedere per ammirare lo stupendo paesaggio lacustre dai colori accesi, mentre piccole imbarcazioni locali di contadini e pescatori si susseguono lenti trasportando merci nel loro tram tram quotidiano.  Abbiamo fatto un salto in uno dei mercati itineranti del lago e un giro agli orti galleggianti, veri e propri tappeti di alghe sospesi sull’acqua, prima di rientrare a Nyaungshwe.

Il giorno dopo, sempre attraverso la guesthouse, abbiamo prenotato due giorni di trekking sul lago Inle . Diversamente dal programma classico, che prevede un percorso dal lago alla cittadina di Kalaw, abbiamo  scelto un itinerario alternativo dirigendoci alla montagna Thandaung a piedi da Nyaungshwe. Il percorso si snoda attraverso sentieri e stradine collinari che attraversano piccoli villaggi pa-o, campi coltivati e risaie, regalando scorci suggestivi di vita rurale.

Dopo la visita a un orfanotrofio circondati da bambini vispi e curiosi, ci siamo fermati da un coltivatore di tabacco per osservare la lavorazione delle foglie proseguendo poi verso la foresta, fino a  raggiungere un’abitazione dalla tipica forma a palafitta dove ci hanno servito il pranzo a base di piatti locali: zuppa, noodles, verdure speziate, avocado. Incontriamo alcuni contadini impegnati nel lavoro nei campi e la guida, strada facendo, ci racconta usi e tradizioni delle popolazioni che abitano questa collina.

Al tramonto arriviamo in un piccolo villaggio dove ci ospita una famiglia. Saliamo veloci la piccola collina in cima dalla quale sorge una scuola. Mentre i bimbi si rincorrono nel cortile noi ci sediamo su una panca di legno, accendiamo il sigaro acquistato dal produttore di tabacco e ci godiamo il sole che cala sulla verde vallata. La sera ceniamo tutti assieme, oltre a noi c’è un altro gruppo di ragazzi.

La grande sala nella quale siamo sistemati è l’ambiente principale della casa. Qui le famiglie condividono tutto e trascorrono la maggior parte del tempo: mangiano, chiacchierano, si vestono e dormono.

La mattina seguente dopo la sveglia all’alba abbiamo ripreso il cammino verso Nyaungshwe non senza sostare ancora presso alcuni villaggi e case di contadini, tra campi di fieno e magnifiche vedute sul lago

 

testo Cristina Pasin http://www.parliamodiviaggi.it

 

le foto pero sono mie Andrea S.

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